Natale era buono, poi è morto

Estratto dal racconto breve “Poco più di duecento righe – Cinquanta storie di quattro/cinque righe” di Ettore Di Totano.

NUMERO 2
Marta aveva quindici anni, una camicetta finto stropicciata, un paio di jeans blu ed una borsetta rossa. Ai piedi un paio di scarpe da ginnastica nere. La sua mamma odiava vederla uscire con quella camicetta, odiava vederla indossare indumenti spiegazzati. Marta attraversò la strada senza guardare bene prima a destra e poi a sinistra ed un furgone le stirò la camicetta.

NUMERO 6
Gianni fumava tre pacchetti di Gitanes senza filtro al giorno. Aveva la voce roca e la tosse grassa. Aveva anche una moglie grassa. Gestiva un piccolo bar del quale era il miglior cliente. Quando i medici gli diagnosticarono un bruttissimo male pianse dolcetto. Poi tossì un polmone. Poi l’altro.

NUMERO 11
John, all’anagrafe Giovanni, si faceva chiamare John perché era un fan dei Queen. Aveva tutti i cd. Aveva anche dei bootlegs comprati su E-Bay. Aveva un poster di John Deacon che gli copriva tutta una parete. Secondo Giovanni Freddie Mercury non era morto d’aids ma di crepacuore perché non sopportava vedere Roger Taylor ingrassare come un tacchino. Continua a leggere

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Mi dicono “buon compleanno”

Mi dicono “buon compleanno” come si dice “grazie quant’è?” al fornaio sotto casa che ti serve la pagnotta appena sfornata, poi si richiudono in loro stessi come armadilli, appallottolandosi, fingendo un sorrisi, accennando una carezza e montano frettolosamente sulla loro motocarrozzetta da trentenni arrivati. Ho assunto la solita dose di psico-amici ed il mio umore rasenta la normalità, lo dimostra l’attenzione che dedico alle battute non troppo esilaranti di una carta presa a caso dal mazzo.

La vita è un dono” mi dicono sputacchiando nell’aere e aggiungono “la vita va vissuta intensamente in ogni sua, anche miserrima, sfumatura… è un regalo che non puoi gettare nel cesso”.
“Lo dicono per edulcorare la pillola” penso tra me e me (pensando a voce alta in modo che entrambi i me possano comprenderne a pieno il senso). Le solite frasi fatte ma non fatte nel senso buono. che so… di spumante brut.
Quelle frasi fatte nel senso medio, quelle frasi fatte su vite medie, vomitate da stampini di serie atti ad evacuare le solite forme semplici, accondiscendenti e consapevoli del loro umile destino. “Sarò felice nella mia infelicità” urla un uomo vestito di rosso e con un mazzo di intemperie in mano. “Perché la vita è un pullover di riccio” piove petulante il cielo.

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Trecento parole

Ho trecento parole da dire. Le tengo in un cassetto incastrate tra le pagine di un vecchio numero di “Lotta Comunista”.

Le tengo li perché ho sempre detestato l’incomprensibile linguaggio di certe riviste di sinistra scritte per istruire un pigro e rosso popolo che fa finta di essere impegnato e colto ma che alla fine del “processo di determinazione della struttura economico-sociale sulla sovrastruttura politica” non gliene può fregare di meno.

Ho trecento parole da dire a persone che dalla loro hanno già fin troppe parole da dire e poco tempo per ascoltare… per questo tengo le mie trecento parole nel cassetto, tra le scolorite analisi socio politiche culturali ed economiche di “Lotta Comunista”.

…e, a tutt’oggi, non esiste una legge che mi imponga di sfogliare le enigmatiche e polverose  pagine di “Lotta Comunista”.

Io, Tosca e altre dieci indefinibili persone

A malapena si vedeva il campanile…
Come avrei potuto evitare, in mezzo a tutta quella ottusa nebbia, prima il marciapiede poi la signora Ada e le sue borse della spesa; per quasi mezz’ora raccolsi barattoli di pelati poi pensai a Tosca quindi aiutai la signora Ada a riacquistare colorito, il pallore le confondeva il viso con la nebbia e la nebbia confondeva il paese con il cielo tant’è che il cielo, il paese e la signora Ada parevano un tutt’uno.
Mio padre amava ripetere quanto la nebbia fosse la più onesta e malinconica forma di democrazia “perché scontorna, omogeneizza e cela”.
Nella nebbia ero uno qualunque, mi nascondevo mescolandomi ai muri delle case ed alle saracinesche dei negozi, diventavo vigile, panettiere, prete o prostituta, diventavo un pò tutti ed un pò nessuno, una sorta di globalizzazione fisionomica.
Solo Tosca si conservava, lei e la sua bellezza così schietta da fare quasi rabbia, a lei la nebbia non sbiadiva un contorno, restava così com’era, riconoscibilissima anche in mezzo al banco più fitto.
Forse per questo me ne innamorai, naturalmente, senza rendermene conto, lei contrastata in mezzo alla piazza, io mescolato alla fontana e ad altre dieci indefinibili persone.

Il rifiuto

Se incontro una bella ragazza e la prego: “Sii buona, vieni con me.” e lei mi passa davanti muta, con questo ella vuol dire:
“Tu non sei un duca dal nome alato, non sei un americano tarchiato dalla corporatura indiana, dagli occhi orizzontali, dalla pelle levigata dall’aria delle praterie e dei fiumi che le irrigano, non hai viaggiato verso i grandi laghi e sopra di essi, che si trovano non so dove. Perciò ti prego di dirmi, perché dovrei io, una bella ragazza venire con te?”.
“Tu dimentichi che nel vicolo non ti porta nessuna automobile molleggiante; non vedo i signori in abiti attillati che compongono il tuo seguito, mentre, mormorando benedizioni sopra di te, ti seguono in un semicerchio preciso; il tuo seno è ben raccolto nel tuo corpetto, ma le tue gambe e le tue anche si compensano di quelle austerità; tu indossi un vestito di taffettà pieghettato, come piaceva tanto nell’autunno scorso a noi tutti, eppure tu sorridi, con questa minaccia alla vita indosso, di quando in quando.”
“Si, abbiamo ragione entrambi, e per non rendercene irrefutabilmente conto, è meglio che ciascuno vada a casa solo.” di Franz Kafka

Romanzo in sei parole

AMORE

Tra me e me spuntasti te.

PS: pubblicato qui perchè è chiuso.

La cosa più preziosa del mondo

RACCONTO ZEN

Uno studente domandò ad un maestro cinese di Zen: “Qual è la cosa più preziosa del mondo?” Il maestro disse: “La testa di un gatto morto”. “E perché la testa di un gatto morto è la cosa più preziosa del mondo?” insistette lo studente. Il maestro rispose: “Perché nessuno può dirne il prezzo”.

Un anatroccolo

Un piccolo giallo anatroccolo inciampando in modo buffo sull’erba bagnata con la sua pancina biancastra e quasi cascando dalle sue sottili zampette, mi corre incontro e pigola: “Dov’è la mia mamma, dove sono tutti i miei?”.
La mamma l’ha persa del tutto. Ha una gallina in sua vece, tra le sue uova hanno messo uova di anitra, le ha covate insieme alle sue, le ha scaldate come le altre.
Adesso, prima del temporale, avevano portato la loro casetta, una cesta ribaltata senza fondo, sotto la tettoia e l’avevano ricoperta con un sacco. C’erano tutti, ma l’anatroccolo si era perso. Via su, piccino, vieni sulla mia mano!
In che cosa si racchiude la vita? Pesa un nonnulla, gli occhietti neri come perle di vetro, le zampette da passerotto, lo stringi appena e già non c’è più.
E intanto è così tiepido. Il suo piccolo becco ha un colore rosa-pallido come se fosse uscito dalla manicure; le zampette già sono ricoperte dalla loro membrana e il suo mantello è giallo; le ali pennute si delineano. Ed ecco si distingue già dai suoi fratelli per il suo carattere.
E noi, non voleremo forse presto su Venere? Noi adesso, unendo le nostre forze, possiamo attraversare il mondo in venti minuti.
Ma mai, mai, con tutto il nostro potere atomico, potremo fabbricare in una provetta l’anatroccolo, anche se ci daranno le penne e gli ossicini.
Non possiamo metter insieme quell’imponderabile, piccolo, commovente anatroccolo giallo…

da “Nell’interesse della cosa” editore Longanesi & C.

Questo scriveva alla fine degli anni ’60 Aleksandr Solzenicyn, scrittore, drammaturgo e storico russo, premio Nobel per la Letteratura nel 1970 che attraverso i suoi scritti ha fatto conoscere al mondo la realtà dei Gulag.

Su Venere non ci siamo ancora arrivati però

Michela

RACCONTO BREVE

Mi posi di sbieco per scivolare meglio fra i suoi insulti. Michela se ne accorse e si zittì. Bestemmiai perché la bestemmia fa specie. E’ come pisciare sul barbecue.
Michela aveva gli occhi più verdi del mondo ed era bella, inconsapevolmente, tanto da nascondere spesso quel suo incantevole viso dietro dei grossi occhiali da sole. Michela era così bella da non meritarsi solo una bestemmia.
Il vento soffia anche quando tu dormi” aggiunsi, poi uscii di casa sbattendo la porta e dimenticando il cellulare sul tavolino accanto al televisore.
Michela era anche gelosa ed impulsiva e quando lesse “Ti voglio bene in fondo al cuore. Paola” scaraventò il mio cellulare contro il muro.
La capii, lo capì anche il commesso della Trony che si rifiutò di sostituirmi il cellulare: “E’ stato rotto volontariamente” mi disse.
Aveva ragione, non si lascia un cellulare incustodito con in archivio i messaggi di una certa Paola.
Per fortuna avevo la birra. I centilitri di Splugen si liberavano celeri nello stomaco come la fogna nel mare.
Oggi è mercoledì e Michela mi odia.
Oggi è mercoledì e visto che Michela mi odia io soffro.
Domani sarà giovedì e Michela mi odierà comunque, perché Michela odia anche il giovedì, specie il mattino durante il mercato.
Domani sarà giovedì ed io amerò Michela comunque, perché io amo anche il giovedì, specie il pomeriggio dopo il mercato.
Amo Michela perché è gelosa ed impulsiva ed ha gli occhi più verdi del mondo. La amo anche il lunedì quando il mercato è ancora un progetto e soltanto un ricordo…

I ciechi e l’elefante

RACCONTO ZEN

Al di là di Ghor si estendeva una città i cui abitanti erano tutti ciechi. Un giorno, un re arrivò da quelle parti, accompagnato dalla sua corte e da un intero esercito, e si accamparono nel deserto. Ora, questo monarca possedeva un possente elefante, che utilizzava sia in battaglia sia per accrescere la soggezione della gente.
Il popolo era ansioso di sapere come fosse l’elefante, e alcuni dei membri di quella comunità di ciechi si precipitarono all’impazzata alla sua scoperta.
Non conoscendo ne la forma ne i contorni dell’elefante, cominciarono a tastarlo alla cieca e a raccogliere informazioni toccando alcune sue parti.
Ognuno di loro credette di sapere qualcosa dell’elefante per averne toccato una parte.
Quando tornarono dai loro concittadini, furono presto circondati da avidi gruppi, tutti ansiosi di conoscere la verità.
Posero domande sulla forma e l’apparenza dell’elefante, e ascoltarono tutto ciò che veniva detto loro al riguardo. Alla domanda sulla natura dell’elefante, colui che ne aveva toccato l’orecchio rispose: “Si tratta di una cosa grande, ruvida, larga e lunga, come un tappeto”.
Colui che aveva toccato la proboscide disse: “So io di che si tratta: somiglia a un tubo dritto e vuoto, orribile e distruttivo”.
Colui che ne aveva toccato una zampa disse: “È possente e stabile come un pilastro”.
Ognuno di loro aveva toccato una delle tante parti dell’elefante. Nessuno lo conosceva nella sua totalità: tutti immaginavano qualcosa, ma la conoscenza non appartiene ai ciechi.