Tokyo blues – Norvegian wood

Avevo trentasette anni, ed ero seduto a bordo di un Boeing 747.
Il gigantesco velivolo aveva cominciato la discesa attraverso densi starti di nubi piovose, e dopo poco sarebbe atterrato all’aeroporto di Amburgo. La fredda pioggia di novembre tingeva di scuro la terra trasformando tutta la scena, con i meccanici negli impermeabili, le bandiere issate sugli anonimi edifici dell’aeroporto e l’insegna pubblicitaria della Bmw, in un tetro paesaggio di scuola fiamminga. È proprio vero: sono di nuovo in Germania, pensai.
Quando l’aereo ebbe completato l’atterraggio, la scritta “Vietato fumare” si spense e dagli altoparlanti sul soffitto cominciò a diffondersi una musica in sottofondo. Era Norvegian Wood dei Beatles in una annacquata versione orchestrale. E come sempre mi bastò riconoscere la melodia per sentirmi turbato. Anzi, questa volta ne fui agitato e sconvolto come non mi era mai accaduto.

tratto da “Tokyo blues – Norvegian wood” di Haruki Murakami.

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Aleksandr Solzenicyn

Ciao Aleksandr

Il rifiuto

Se incontro una bella ragazza e la prego: “Sii buona, vieni con me.” e lei mi passa davanti muta, con questo ella vuol dire:
“Tu non sei un duca dal nome alato, non sei un americano tarchiato dalla corporatura indiana, dagli occhi orizzontali, dalla pelle levigata dall’aria delle praterie e dei fiumi che le irrigano, non hai viaggiato verso i grandi laghi e sopra di essi, che si trovano non so dove. Perciò ti prego di dirmi, perché dovrei io, una bella ragazza venire con te?”.
“Tu dimentichi che nel vicolo non ti porta nessuna automobile molleggiante; non vedo i signori in abiti attillati che compongono il tuo seguito, mentre, mormorando benedizioni sopra di te, ti seguono in un semicerchio preciso; il tuo seno è ben raccolto nel tuo corpetto, ma le tue gambe e le tue anche si compensano di quelle austerità; tu indossi un vestito di taffettà pieghettato, come piaceva tanto nell’autunno scorso a noi tutti, eppure tu sorridi, con questa minaccia alla vita indosso, di quando in quando.”
“Si, abbiamo ragione entrambi, e per non rendercene irrefutabilmente conto, è meglio che ciascuno vada a casa solo.” di Franz Kafka

Un anatroccolo

Un piccolo giallo anatroccolo inciampando in modo buffo sull’erba bagnata con la sua pancina biancastra e quasi cascando dalle sue sottili zampette, mi corre incontro e pigola: “Dov’è la mia mamma, dove sono tutti i miei?”.
La mamma l’ha persa del tutto. Ha una gallina in sua vece, tra le sue uova hanno messo uova di anitra, le ha covate insieme alle sue, le ha scaldate come le altre.
Adesso, prima del temporale, avevano portato la loro casetta, una cesta ribaltata senza fondo, sotto la tettoia e l’avevano ricoperta con un sacco. C’erano tutti, ma l’anatroccolo si era perso. Via su, piccino, vieni sulla mia mano!
In che cosa si racchiude la vita? Pesa un nonnulla, gli occhietti neri come perle di vetro, le zampette da passerotto, lo stringi appena e già non c’è più.
E intanto è così tiepido. Il suo piccolo becco ha un colore rosa-pallido come se fosse uscito dalla manicure; le zampette già sono ricoperte dalla loro membrana e il suo mantello è giallo; le ali pennute si delineano. Ed ecco si distingue già dai suoi fratelli per il suo carattere.
E noi, non voleremo forse presto su Venere? Noi adesso, unendo le nostre forze, possiamo attraversare il mondo in venti minuti.
Ma mai, mai, con tutto il nostro potere atomico, potremo fabbricare in una provetta l’anatroccolo, anche se ci daranno le penne e gli ossicini.
Non possiamo metter insieme quell’imponderabile, piccolo, commovente anatroccolo giallo…

da “Nell’interesse della cosa” editore Longanesi & C.

Questo scriveva alla fine degli anni ’60 Aleksandr Solzenicyn, scrittore, drammaturgo e storico russo, premio Nobel per la Letteratura nel 1970 che attraverso i suoi scritti ha fatto conoscere al mondo la realtà dei Gulag.

Su Venere non ci siamo ancora arrivati però