Mi dicono “buon compleanno”

Mi dicono “buon compleanno” come si dice “grazie quant’è?” al fornaio sotto casa che ti serve la pagnotta appena sfornata, poi si richiudono in loro stessi come armadilli, appallottolandosi, fingendo un sorrisi, accennando una carezza e montano frettolosamente sulla loro motocarrozzetta da trentenni arrivati. Ho assunto la solita dose di psico-amici ed il mio umore rasenta la normalità, lo dimostra l’attenzione che dedico alle battute non troppo esilaranti di una carta presa a caso dal mazzo.

La vita è un dono” mi dicono sputacchiando nell’aere e aggiungono “la vita va vissuta intensamente in ogni sua, anche miserrima, sfumatura… è un regalo che non puoi gettare nel cesso”.
“Lo dicono per edulcorare la pillola” penso tra me e me (pensando a voce alta in modo che entrambi i me possano comprenderne a pieno il senso). Le solite frasi fatte ma non fatte nel senso buono. che so… di spumante brut.
Quelle frasi fatte nel senso medio, quelle frasi fatte su vite medie, vomitate da stampini di serie atti ad evacuare le solite forme semplici, accondiscendenti e consapevoli del loro umile destino. “Sarò felice nella mia infelicità” urla un uomo vestito di rosso e con un mazzo di intemperie in mano. “Perché la vita è un pullover di riccio” piove petulante il cielo.

Vivere vuole dire uscire dalle molteplici e cangianti vicissitudini dell’esistenza senza troppe escoriazioni. Fossimo consci del nostro vero destino saremmo per metà in una fossa e per metà in una stanza tappezzata di gommapiuma. In fondo noi viviamo per morire. Ma per fortuna (fortuna di quelli che sui nostri numeri e la nostra facoltà di volere e non intendere arredano la loro felicità) la maggioranza si ferma a pagina ventiquattro.

Mi dicono “buon compleanno” come si dice “questa benedetta primavera non vuole proprio arrivare!” poi salgono sulla loro monovolume grigio-ratto-di-fogna-metallizzato, accendono la loro autoradio fosforescente con su una canzonetta da domenica mattina e si fingono analfabeti per paura di tornare a casetta, sedersi sul divano, aprire il libro, arrivare a pagina venticinque e leggere della loro irreversibile inutilità.

Ho conservato un po’ di stupidità per il nostro amore” le dico, poi lei gira l’angolo e mi ritrovo in controluce.

Mi dicono “buon compleanno” guardandosi allo specchio e sistemandosi quei ciuffi ribelli.
L’esistenza ci impone dei limiti di tempo e di spazio.
Controlla il tuo incedere” mi urlano da dietro un vecchio muro grigio. “Stai sbagliando la curva” mi sussurrano da dentro una siepe ingiallita. “Dai tempo al tempo” rintocca l’orologio… ma è rotto dal 1996 ed il tono del rintocco (un si bemolle minore) palesa la sua frustrazione.
C’è una cosa che pare bella a tutti, falla sembrare bella anche a te” farfuglia lo scheletro polverizzato di Gandhi… che era si un pacifista ma (forse non tutti sanno che…) aveva la ciucca cattiva.

Mi dicono “buon compleanno” perché ci sono finiti sopra quasi per caso e non possono farne a meno… perché non puoi passare in macchina davanti ad un funerale con “Perfect Day” dei Natural Born Hippies a tutto volume e fare l’occhiolino alla vedova senza attirare l’attenzione di un amico non troppo straziato dall’improvvisa dipartita del sopraccitato defunto centoduenne.
Perché chi non muore si rivede e se proprio vuoi morire ma non riesci a farlo prova almeno a candeggiarti quei begli occhi azzurri.

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