Un anatroccolo

Un piccolo giallo anatroccolo inciampando in modo buffo sull’erba bagnata con la sua pancina biancastra e quasi cascando dalle sue sottili zampette, mi corre incontro e pigola: “Dov’è la mia mamma, dove sono tutti i miei?”.
La mamma l’ha persa del tutto. Ha una gallina in sua vece, tra le sue uova hanno messo uova di anitra, le ha covate insieme alle sue, le ha scaldate come le altre.
Adesso, prima del temporale, avevano portato la loro casetta, una cesta ribaltata senza fondo, sotto la tettoia e l’avevano ricoperta con un sacco. C’erano tutti, ma l’anatroccolo si era perso. Via su, piccino, vieni sulla mia mano!
In che cosa si racchiude la vita? Pesa un nonnulla, gli occhietti neri come perle di vetro, le zampette da passerotto, lo stringi appena e già non c’è più.
E intanto è così tiepido. Il suo piccolo becco ha un colore rosa-pallido come se fosse uscito dalla manicure; le zampette già sono ricoperte dalla loro membrana e il suo mantello è giallo; le ali pennute si delineano. Ed ecco si distingue già dai suoi fratelli per il suo carattere.
E noi, non voleremo forse presto su Venere? Noi adesso, unendo le nostre forze, possiamo attraversare il mondo in venti minuti.
Ma mai, mai, con tutto il nostro potere atomico, potremo fabbricare in una provetta l’anatroccolo, anche se ci daranno le penne e gli ossicini.
Non possiamo metter insieme quell’imponderabile, piccolo, commovente anatroccolo giallo…

da “Nell’interesse della cosa” editore Longanesi & C.

Questo scriveva alla fine degli anni ’60 Aleksandr Solzenicyn, scrittore, drammaturgo e storico russo, premio Nobel per la Letteratura nel 1970 che attraverso i suoi scritti ha fatto conoscere al mondo la realtà dei Gulag.

Su Venere non ci siamo ancora arrivati però

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