Ad uccidere Stefano #sonoStatoio

L’animazione di Makkox dedicata alla sentenza d’appello sul caso Stefano Cucchi andata in onda durante la puntata di Gazebo di domenica 2 novembre 2014.

Stefano Cucchi - Makkox

[clicca sull’immagine per vedere il video]

Annunci

Federico non riposa in pace

Federico Aldrovandi è stato pestato a morte per la terza volta.

La prima nella notte del 25 settembre 2005, la seconda il 27 marzo 2013, la terza pochi giorni fa.
Standing ovation e cinque minuti di applausi nella sessione pomeridiana del Congresso nazionale del Sap (il sindacato autonomo di Polizia) per tre dei quattro agenti condannati in via definitiva per la morte di Federico.

L’onorabilità della Polizia di Stato è stata irrimediabilmente vilipesa e solo una operazione di verità sarà in grado di riscattare il danno patito. Alla stessa stregua i nostri colleghi, ingiustamente condannati, hanno patito un danno infinito.

Ha dichiarato in una nota il neo segretario generale del Sap Gianni Tonelli arrampicandosi vergognosamente sugli specchi. Ma anche il Co.i.s.p. (Coordinamento per l’Indipendenza Sindacale delle Forze di Polizia) non ha voluto essere da meno e ha spedito un camioncino pubblicitario “a vela” in giro per Roma con da un lato le immagini di poliziotti picchiati dai manifestanti, dall’altro lo slogan “Noi i cretini… loro le vittime” (chiaro riferimento alla vicenda della ragazza “scambiata” per zainetto e all’esplicito commento “Abbiamo un cretino da identificare” del capo della Polizia Alessandro Pansa).

Intando proseguono le indagini su altre morti sospette: Riccardo Magherini (Firenze), Bohli Kaies (Riva Ligure) e Giuseppe Uva (Varese). Altri tre nomi da aggiungere al triste elenco dei “Dieci, cento, mille Stefano Cucchi“.

LEGGI ANCHE

Oh mamma mia la polizia!

“Ecco il gruppo Coisp che manifesta sotto il mio ufficio”.

Questo scriveva qualche giorno fa su Facebook Patrizia Moretti, la mamma di Federico Aldrovandi, il ragazzo ucciso da 4 agenti di polizia il 25 settembre del 2005.

Ma cos’è il Coisp?
Il CO.I.S.P, Coordinamento per l’Indipendenza Sindacale delle Forze di Polizia. Dicono di loro: “Il COISP è nato per andare controcorrente… Sia di fronte a quei responsabili politici che hanno più volte dimostrato di preferire Forze di polizia militari, sia di fronte alla gente comune, per la quale vogliamo tornare ad essere un riferimento primario“.

Talmente controcorrente che l’altro giorno, al grido di “Poliziotti in carcere, criminali fuori, la legge è uguale per tutti?” hanno inscenato un presidio davanti alla sede del Comune di Ferrara (dove la madre di Aldrovandi lavora) con tanto di bandiere e manifesti di solidarietà per gli agenti condannati per l’omicidio di Federico Aldrovandi.

Talmente controcorrente da affittare un camper per solidarizzare con i colleghi sotto processo.

E solo poche settimane fa un altro sindacato autonomo, il SAP, aveva atteso fuori dal tribunale di Bologna uno dei quattro assassini per festeggiarlo con bandiere, pacche e applausi.

Nel mentre la madre di Federico è stata assolta dal tribunale di Mantova dalle accuse di diffamazione nei confronti della pm Mariaemanuela Guerra (criticata dalla famiglia per non essere andata quel mattino sul posto e non aver dato subito impulso alle indagini).

UPDATE

  • Anonymous blocca il sito del C.O.I.S.P.
  • Stasera sit-in degli amici di Federico.

patrizia-moretti-federico-aldrovandi

I “black bloc” non esistono

Un interessante spunto di riflessione sul sabato romano a cura di Francesco Costa. via IlPost.it

G8 di Genova 2001-2011

Dieci anni e non sentirli…

Forze del disordine costituito

A Brescia (Italia), al presidio organizzato a sostegno dei sei immigrati saliti sulla gru per chiedere la regolarizzazione, un funzionario di Polizia invita i manifestanti ad “andare in qualche locale, ma non qui“, l’interlocutore ribatte “non s’inventi gli assembramenti” e lui ordina la carica.

Qui Il video originale diffuso dal sito peacereporter.it.

Dieci, cento, mille Stefano Cucchi

Non sono un “nemico” del potere a priori, né tantomeno un antipulotto per partito preso, ma quando casi come quelli di Stefano Cucchi e Federico Aldrovandi si ripetono nel silenzio e nell’omertà mi sento in dovere di esprimere il mio (personalissimo) disappunto.
Pubblico tre brevi storie di vite spezzate per (sempre  mio modestissimo parere) abuso di potere, quell’abuso che certe leggi favoriscono. Ho la netta sensazione che i test attitudinali ai quali vengono sottoposti i futuri “tutori dell’ordine” non siano altro che uno strumento per misurarne la malleabilità. Non passa il migliore, passa il più plasmabile… con questi risultati.

Giuseppe 23 anni
Pantelleria, 2005
Giuseppe Ales, 23 anni, geometra senza raccomandazioni, incensurato, lavora da manovale per aiutare la famiglia. Nel tempo libero, come metà dei giovani italiani, si fa qualche canna. Dà fastidio l’idea di dare soldi alla criminalità comprando il fumo e lui, come tanti, segue una strada diversa: la marijuana se la coltiva, per uso proprio. Non costa nulla. La semina, un po’ d’acqua, clima adatto, cresce bene. Dopo qualche mese è pronta. All’alba del 20 marzo 2005, uno squadrone di carabinieri armati di mitra gli piomba in casa.
I genitori di Giuseppe sono sotto shock: il padre, anziano agricoltore, è invalido, ha perso una gamba a causa del diabete. I militari trovano alcune piantine di erba, alte poche centimetri. Sequestrate. Il giovane viene ammanettato e portato in caserma. Interrogatorio pressante. Scatta la denuncia penale “per traffico e produzione di stupefacenti”. I carabinieri annunciano a Giuseppe che pochi giorni dopo a Trapani ci sarà il processo per direttissima. Rischia da uno a sei anni di carcere. Nel Frattempo, arresti domiciliari.
Il giorno dopo, Pantelleria è sconvolta: il Giornale di Sicilia ha fatto il paginone. “Scoperto traffico di droga nell’isola, arrestati gli spacciatori”. Gli isolani non credono ai loro occhi. IL grande criminale sarebbe l’incensurato geometra Giuseppe Ales.
La mattina successiva la famiglia del giovane è riunita per la colazione; la madre trattiene a stento le lacrime, il padre è terreo. Manca Giuseppe. “Vado io a chiamarlo”, si offre il fratello più piccolo.
Apre la porta della cameretta del giovane. Giuseppe non è nel suo letto. Penzola dal soffitto, impiccato con una corda al collo.

Aldo, 44 anni
Pietralunga 2007
Aldo Branzino, 44 anni, falegname, moglie e un figlio. Qualche pianta di canapa. Arrestato. Cella di isolamento. Ne esce cadavere: ematomi cerebrali, lesioni al fegato. Indagine penale. L’unica cosa certa è che non è un suicidio. A Perugina nasce il comitato “Verità per Aldo” per scoprire tutta la storia. Ne fanno parte la moglie e il figlio. Lo scorso anno lei muore per una malattia. Il figlio Rudra, 16 anni, resta solo. Processo in corso. Per ora è imputata una guardia penitenziaria.

Stefano, 48 anni
Rovereto, 2009
Stefano Frapponi. Muratore. Artigiano. Incensurato. 48 anni. In bici, viene fermato. Perquisizione a casa, senza avvocato, né testimoni. Secondo i carabinieri, trenta grammi di hashish.
Arrestato. Trovato impiccato nella sua cella. E’ la versione ufficiale. I familiari, l’avvocato e un comitato stanno mettendo in luce diversi aspetti oscuri della sua morte. Se fosse un suicidio, sarebbe, ancora una volta, per modesta quantità.

Storie tratte dall’articolo “Vorreste che vostro figlio facesse la fine di Stefano Cucchi?” di Guido Blumir pubblicato su D – supplemento de “la Repubblica” – del 7 Agosto 2010.

Su Piazza Navona

La perfetta sintesi di Luca Sofri su Wittgenstein:

“Un gruppo di giovani fascisti ha aggredito, menato e vessato altri manifestanti per buona parte della mattina senza che la polizia se ne occupase, è entrato in piazza Navona con un camion carico di mazze e bastoni, ha cercato rogne con capricci da soldatini, è stato a sua volta aggredito da un gruppo di giovani dei centri sociali coi caschi in testa, ha sfoderato le mazze, e si sono menati come dei fabbri, e la polizia è intervenuta soltanto allora, mostrando poi grande familiarità con i giovani fascisti.”

Francesco Cossiga dixit

“Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell’Interni (…). Gli universitari? Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri. Le forze dell’ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli a sangue e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano. Non quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì”.

da “Quotidiano nazionale” del 23 ottobre 2008.

via Piovono Rane e Macchianera.

Polizia a scuola

Fossi Berlusconi ci manderei anche i Carabinieri.
… tra una manganellata e l’altra potrebbero ripassare un poco di grammatica. (Fonte un Correttore di Bozze dell’Arma)