Controabortisca o sparo!

Cosa avrebbero fatto i sette agenti di polizia se in quell’ospedale di Napoli fossero arrivati durante l’operazione e non subito dopo? Avrebbero rimesso il feto dentro la donna? “Fermi tutti, in nome della legge: controabortisca o sparo!”.

Se lo chiede il giornalista de “La Repubblica” Francesco Merlo commentando l’irruzione “immotivata” degli agenti del Commissariato Arenella, in una sala parto del Nuovo Policlinico di Napoli, dopo aver ricevuto una “segnalazione” di feticidio.
Era invece un aborto terapeutico nel pieno rispetto della legge 194.
“Il feto presentava un’alterazione cromosomica. Se la gravidanza fosse stata portata a termine ci sarebbe stato il 40% di possibilità di un deficit mentale”.
Qui la cronaca del blitz, qui l’intervista alla donna, qui l’articolo di Merlo.

PS: il feto è stato sequestrato dagli agenti su disposizione del pm.

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7 pensieri su “Controabortisca o sparo!

  1. LA FRETTOLOSITA’ DELL’IDEOLOGIA

    Ho sotto gli occhi l’articolo di Francesco Merlo pubblicato mercoledì 13 febbraio 2008 su La Repubblica. Il pezzo si intitola “La crudeltà dell’ideologia” (pag. 1), ed è l’analisi di un fatto di cronaca avvenuto due giorni prima: secondo lo stesso quotidiano, una donna di Arzano (alle porte di Napoli), ricoverata nel reparto di Ostetricia del Nuovo Policlinico di Napoli per un’interruzione di gravidanza, subito dopo l’intervento di raschiamento praticatole dai medici, è stata interrogata da alcuni agenti di polizia inviati da un magistrato, al quale era giunta una segnalazione di reato: aborto clandestino.

    Il giornalista rimprovera al magistrato e agli agenti la solerzia con la quale sono intervenuti dopo la segnalazione (“un blitz in tempo reale”), parla di “oscenità dell’irruzione”, di “incredibile interrogatorio”, e si domanda come mai il giudice napoletano, “informato – nientemeno! – da una telefonata anonima”, si fosse “arrogato il diritto di credere” che “l’aborto fosse stato ai limiti della legge o persino fuorilegge.”

    Immagino che l’accorto analista reagirebbe con la stessa veemenza oratoria se una telefonata anonima informasse i carabinieri che è in corso un tentativo di furto con scasso nel suo condominio, e i carabinieri si permettessero di irrompere (dovrei dire ‘oscenamente’?) nel palazzo nel bel mezzo della notte per verificare la segnalazione, svegliando tutti i condomini, invece di aspettare le otto del mattino successivo; o se la polizia sottoponesse a “incredibile interrogatorio” gli studenti della scuola di suo figlio perché un altro anonimo ha telefonato avvisando che un minore si stava iniettando eroina in bagno, invece di aspettare lo squillo della campanella d’uscita per non traumatizzare la scolaresca, e poi ispezionare i servizi igienici.

    Mi domando anche come Merlo si arroghi il diritto di affermare che “l’aborto era terapeutico e quindi legittimo, nel pieno rispetto della 194”, visto che per accertare ciò è stata richiesta, a detta dello stesso numero di Repubblica, un’autopsia, esame che, immagino, necessita di almeno qualche giorno, anche se a effettuarlo è un medico legale troppo solerte; mi chiedo anche in base a quale attendibile fonte di Repubblica (forse anonima?) Merlo abbia potuto obiettare al magistrato che in casi come questi “non si interviene con i blitz, con le sirene, con le manette e con le pistole”, visto che ieri, giovedì 14 febbraio 2008, il Corriere della sera, giornale generalmente reputato tanto serio quanto La Repubblica, ha riportato a pag. 11 l’intervista al pm che ha ricevuto la segnalazione, il quale invece dichiara di aver chiesto espressamente alle forze di polizia di inviare sul posto un agente in borghese di sesso femminile, che questa è arrivata in ospedale a sirena spenta e, secondo quanto da lei stessa dichiarato al quotidiano, dopo un’attesa di tre ore (altro che blitz!) si è limitata a fare qualche domanda alla paziente alla presenza della mamma della degente stessa (tra l’altro, il Corriere informa che la telefonata al pm non era anonima, e pubblica le iniziali dell’informatore, un infermiere dell’ospedale).

    E poi smettiamola di usare a sproposito il termine “aborto terapeutico”. Il mio buon vecchio
    Dizionario Garzanti della Lingua Italiana, edizione 1965, alla voce “terapeutico”, riporta la seguente definizione: “agg. [pl.m. -ci] della terapia, relativo alla terapia: metodo – ; chimica terapeutica, dal gr. therapeutikòs, deriv. di therapéuein ‘curare'”. Chi, di grazia, è stato curato in questo caso? Il feto? No di certo. La signora di Arzano? A detta dello stesso numero di Repubblica in cui appare l’articolo di Merlo (pag. 2), la signora ha presentato al momento del ricovero un certificato psichiatrico in cui non si evidenziava una patologia in corso, bensì un “rischio di grave danno alla salute psichica”. Un rischio richiede prevenzione, non cure, quindi forse in questo caso Merlo avrebbe dovuto parlare di “aborto preventivo”!

    Per concludere, quand’è che la stampa italiana la smetterà di celebrare processi sommari, invece di informare (e informarsi) approfonditamente sugli eventi? Attenzione, dico ‘sommari’, non ‘per direttissima’, perché un processo per direttissima richiede che almeno si sentano tutti gli implicati in un fatto, oltre che tutti i testimoni, prima di emettere una sentenza. Le belle domande retoriche che Merlo infilza nel suo articolo (“Quante telefonate anonime riceve un giudice di Napoli? Davvero ad ogni telefonata ordina un blitz in tempo reale? E quali rei stava cercando? La mamma? Il papà? I medici e gli anestesisti? Cosa voleva mettere sotto sequestro preventivo: l’utero di quella donna?”) Merlo le avrebbe dovute rivolgere al pm, prima di condannarlo senza appello.

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